Ad anni di distanza dai primi incidenti, dovuti all’impiego – come innesco - di un più economico nitrato d’ammonio al posto del più stabile chimicamente e costoso tetrazolo, gli airbag difettosi della giapponese Takata, che hanno causato delle morti in giro per il mondo, non finiscono di mietere vittime, stavolta per fortuna senza decessi. Sì perché, se siete in procinto di sottoporre la vostra automobile alla revisione ministeriale obbligatoria e questa monta un airbag dell’azienda giapponese – fallita nel 2018 -, sappiate che potreste essere respinti dall’officina incaricata.
A chi avesse il sospetto di guidare un’auto incriminata (gli airbag giapponesi furono montati dal 2004 al 2018 su vetture di praticamente tutte le marche), consigliamo prima di fare un passaggio sul sito del Ministero delle Infrastrutture e Trasporti, al seguente link www.mit.gov.it/documentazione/campagne-di-richiamo-airbag-takata-verifica-ora-se-il-tuo-veicolo-e-coinvolto per verificare se il proprio veicolo è interessato al richiamo.
Dal 17 luglio di quest’anno, infatti, in base al Decreto Ministero delle Infrastrutture e Trasporti n. 229/2026, i centri di revisione sono obbligati a verificare l'esistenza di eventuali richiami pendenti per gli airbag Takata. Qualora risultassero campagne di sostituzione non eseguite, l'auto non passerebbe la revisione fino a quando il dispositivo difettoso non venga sostituito gratuitamente presso l’officina autorizzata del marchio. Il rischio è quindi di dover pagare due volte la revisione: prima e dopo la sostituzione dell’airbag. Attenzione che, per potersi ripresentare alla revisione dopo la sostituzione, l’automobilista inizialmente respinto dovrà presentare un documento fiscale relativo al lavoro eseguito (anche a zero, perché effettuato in garanzia) o una certificazione rilasciata dalla rete ufficiale.
La capatina sulle pagine web del Mit è consigliata anche a chi s’accinge ad acquistare un’auto usata, fabbricata tra il 2004 e il 2018, per verificare se l’eventuale airbag difettoso sia stato sostituito e l’intervento comunicato al Ministero, visto che attualmente in Italia risultano ancora in circolazione circa 1,25 milioni di veicoli equipaggiati con dispositivi potenzialmente difettosi.
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